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Museo della Cultura contadina - Sala IV (Il lavoro nei campi)

Sala IV - Il lavoro nei campi
(Chiostro di San Francesco - Primo piano)

La luce ardente del pomeriggio nei campi. Mozza lo sguardo. L’aria dolce che sa di terra e di vacche. In piedi sulla traia cerco di stare. Passiamo accanto ai filari di vite. Li tocchiamo. Le zolle sono secche, dure. È estate piena. Mi diverto. E intanto aguzzo la vista. Scruto all’intorno. I passi dei buoi, lo scivolare della slitta di legno, le frasche e l’erba smossa: il rumore della vita inizia a diventare melodia. Sarà la luce. Saranno le ombre. Sarà la plasticità di quei corpi contadini. Ma è come muoversi in un ambiente infinito.

Il poeta direbbe che si allargano gli orizzonti dell’anima. Un affidamento totale alla fisicità che rivela contiguità insospettate con lo spirito, con la profondità dei sentimenti. Guardo il modo in cui la luce investe il torso nudo e il braccio di colui che mi ospita sul suo mezzo di lavoro. La voce con la quale dà ordini agli animali potenti. Che ci tirano verso il campo più lontano, quello coltivato, più verde, dove raccogliere la verdura o gli ortaggi. Mi perdo in quel viaggio. Sotto un azzurro traslucido, nella pienezza dell’atmosfera, il tripudio della bella stagione. L’albero che si staglia contro un sole di luce pura. Le colline azzurrate sullo sfondo. La sacca d’ombra proiettata dai buoi, che si sposta ed è sempre la stessa. I particolari dei volti dei due uomini davanti a me. Ognuno millimetricamente scandito da una luminosità che non perdona. Il sudore sulla pelle. Le gambe muscolose e i piedi scalzi. Il quadro in movimento si compone di elementi che, a osservarli sempre più da vicino, riverberano attimi di luce, istanti di verità. Uno squarcio di mondo bucolico, ancorché sofferto e sofferente. Ma dotato di una “pienezza” che rare volte mi sarebbe capitato di riscontrare nella vita.

Molto tempo è passato, di espressionismo e di capitalismo nelle campagne, da quando Tiziano dipingeva il Concerto campestre, oppure, più tardi, Manet e Monet la loro Colazione sull’erba, ma se fossi stato un pittore avrei dipinto la stessa “pienezza”. Espressa solo da quell’attimo di luce, che dura ancora, dopo tanti anni, negli occhi di chi visita il Louvre o il d’Orsay, e nei miei della memoria.

Lucilio Santoni


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