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Museo della Cultura contadina - Sala II (La casa ed il lavoro domestico)

Sala II - La casa ed il lavoro domestico
(Chiostro di San Francesco - Primo piano)

Contadino, o solamente uomo, il cui volto s’è perduto nella grande lavagna di una civiltà quasi scomparsa. Quando penso a quella casa, ricordo un preciso ordine di modeste e amate cose. E comprendo come il tempo passa, io che sono tempo, carne e elegia.

Fin dall’ingresso c’era un acre odore, indefinibile. Incontravo le donne, che ripetevano gesti antichi. La vergara, in silenzio, dirigeva le operazioni. Scivolava sul pavimento di mattoni, sulle macchie, a preparare la grande tavola da pranzo. A destra la mattera, ormai in disuso, ricorda le mani affaticate ma sicure nell’impasto del pane quotidiano. In un angolo, appese, lonze e salsicce. In fondo, due nere aperture verso camere piene d’ombra. Da una finestra si vede la scala esterna, perché la casa si divide in due mondi: il piano terra, la stalla, dove ora non si va più, ma un tempo si andava a trascorrere la sera al caldo delle vacche. E il piano superiore, dove vive la memoria. Da dove una volta, affacciato alla finestra, ho visto fuggire una volpe, vicino al pollaio. Il bagno non c’era. L’hanno costruito in seguito, esterno, un’aggiunta alla casa. Dalla parte opposta, altre camere, quelle dei bambini, che sono diversi, non tantissimi come un tempo, ma diversi. Rumorosi. Una di loro andrà sposa in Toscana, un’altra zitella e felice, in città, si dice che sia diventata segretaria di un avvocato.

Ci sono tornato in quella casa. Quand’era già abbandonata. Gli occhi mi si sono inumiditi, la bocca e l’anima ingoiavano ricordi. Ho osservato allora la sera scendere mentre un film scorreva davanti a me. L’uomo lascia la falce e si mette a tavola. Un altro giorno pieno di fatica, come tutti. I piedi callosi per quel camminare sulle zolle. Fa cena; fagioli, un po’ di carne e insalata. Si alza e si siede intorno al camino, con gli altri. Parla di lavoro. Della semina e del raccolto. Della pioggia che non è mai abbastanza. Riempie il tempo. Pensa al sabato, quando farà l’amore con la propria donna. Ma il tempo passa. I baffi grigi, la bocca incavata. Lo vedo dormire. Un sonno profondo. Fino al mattino. Nella speranza consueta che tutto vada per il meglio, secondo tradizione. In attesa della festa. Dei confetti e del saltarello. Il sole ostinato e vitalizzante che irrompe fra gli scuri. Le notti che si riversano nell’aurora lasciando spazio al sogno. La paura tenuta fuori di casa, intorno alla fontanella dove, si dice, passano li mazzmarill. Basta starne alla larga, per vivere. Per semplificare le cose. Una ninna nanna inventata basta per alleggerire la vita.

Lucilio Santoni


Scaldaletto in rame

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