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Museo della Cultura contadina - Sala I (L'aia)

Sala I - L'aia
(Chiostro di San Francesco - Primo piano)

Può accadere, a volte, di ritornare nei luoghi della propria infanzia e rivedere l’aia dove giocavamo. In quello spazio regna ora un silenzio che ci permette di contare gli anni e le distanze.

Ricordo quegli uomini, che uscivano sulla traia tirata dai buoi, la mia passione, e le galline in giro a beccare. Poco più in là, i gabbioni dei conigli. Che gusto! dargli da mangiare l’erba e infilare le piccole dita nella retina, per toccarli. E poi calciare il pallone. Non come nei cortili e nei campetti di città. No. In quello spazio aperto, lo si poteva calciare in tutte le direzioni. Magari cercando di infilare il buco del cane, nel pagliaio, o di colpire quell’oca antipatica, bersaglio mobile, che faceva anche un po’ paura. Era indicibilmente piacevole. Con un semplice sguardo potevo spaziare nei campi. Guardare il sole. Ero libero. E l’affetto di quella gente si manifestava puntualmente, con l’offerta della merenda. Pane, olio e pomodoro, un pizzico di sale. Mangiavo e mi perdevo in quel dolce silenzio di rumori… qualche muggito che veniva dalla stalla, i vecchi che aggiustavano gli attrezzi, il flauto del piccolo Sergio, che in seguito sarebbe salito su un vagone ferroviario, per salutare gli zii che partivano, in piedi sul tetto, la testa a toccare i fili, fulminato.

Poi arrivava il tramonto, nella campagna sterminata. La brezza mi entrava nella camicia, mi carezzava il petto, mi scivolava sotto le ascelle. I contadini tornavano dai campi, invecchiavano. Ma il tempo non esisteva ancora per me. Giocavo col cane, coi gatti, sfidavo il gallo. A volte ci facevo notte. E allora la volta scura si riempiva di luci, come se tutte le lucciole della terra si fossero posate là in alto. Da quell’infinito mi arrivava una pace così grande che io forse apprendevo il senso della poesia. Non osavo parlare a quegli uomini stanchi. Li salutavo mentre si lavavano le mani nella botte di cemento e poi salivano la scalinata esterna. Io giravo l’angolo e rimanevo un po’ a sentire la calma del vento. Un’ultima annusata agli odori stranieri eppure vicini, estranei ed intimi come le cose più vere della vita, gli odori dell’erba e della terra, della latrina degli uomini e dello stalletto del maiale, dei fiori intorno al pantano e delle pelli dei conigli scuoiati, della cucina sotto le cui finestre passavo per tornarmene a casa. Le mie prime esperienze di libertà, di vita e di morte.

Lucilio Santoni


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