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Sala I (L'aia)Può accadere, a volte, di ritornare nei luoghi della propria infanzia e rivedere l’aia dove giocavamo. In quello spazio regna ora un silenzio che ci permette di contare gli anni e le distanze.
Ricordo quegli uomini, che uscivano sulla traia tirata dai buoi, la mia passione, e le galline in giro a beccare. Poco più in là, i gabbioni dei conigli. Che gusto! dargli da mangiare l’erba e infilare le piccole dita nella retina, per toccarli. E poi calciare il pallone. Non come nei cortili e nei campetti di città. No. In quello spazio aperto, lo si poteva calciare in tutte le direzioni. Magari cercando di infilare il buco del cane, nel pagliaio, o di colpire quell’oca antipatica, bersaglio mobile, che faceva anche un po’ paura. Era indicibilmente piacevole. Con un semplice sguardo potevo spaziare nei campi. Guardare il sole. Ero libero. E l’affetto di quella gente si manifestava puntualmente, con l’offerta della merenda. Pane, olio e pomodoro, un pizzico di sale. Mangiavo e mi perdevo ... <continua ...>
Sala II (La casa ed il lavoro domestico)Contadino, o solamente uomo, il cui volto s’è perduto nella grande lavagna di una civiltà quasi scomparsa. Quando penso a quella casa, ricordo un preciso ordine di modeste e amate cose. E comprendo come il tempo passa, io che sono tempo, carne e elegia.
Fin dall’ingresso c’era un acre odore, indefinibile. Incontravo le donne, che ripetevano gesti antichi. La vergara, in silenzio, dirigeva le operazioni. Scivolava sul pavimento di mattoni, sulle macchie, a preparare la grande tavola da pranzo. A destra la mattera, ormai in disuso, ricorda le mani affaticate ma sicure nell’impasto del pane quotidiano. In un angolo, appese, lonze e salsicce. In fondo, due nere aperture verso camere piene d’ombra. Da una finestra si vede la scala esterna, perché la casa si divide in due mondi: il piano terra, la stalla, dove ora non si va più, ma un tempo si andava a trascorrere la sera al caldo delle vacche. E il piano superiore, dove vive la memoria. Da dove una volta, affacciat ... <continua ...>
Sala III (I mestieri)Era piccola la bottega. Basso il tetto dell'amore, ricucito giorno per giorno.
Un semplice calzolaio può far ricordare vecchie storie, forse favole, forse leggende. Come quella di Mariano che, alla soglia dei cinquanta, aveva sposato una giovinetta. E poi se n'era andato. Ramingo, lontano da casa, addirittura fuori regione. Perché lei sbraitava e gridava ogni giorno. Gli rendeva la vita impossibile. Tutti parlavano di loro. Lui, che era sempre vissuto in silenzio e in pace, non poteva sopportare. Se ne andò. A fare le scarpe per i contadini. Ad aggiustarle anche. Andava in una casa. Gli offrivano vitto e alloggio, magari pure qualche piccola scorta di cibo o un po' di denaro. Lavorava per loro una settimana o due. <continua ...>
Sala IV (Il lavoro nei campi)La luce ardente del pomeriggio nei campi. Mozza lo sguardo. L’aria dolce che sa di terra e di vacche. In piedi sulla traia cerco di stare. Passiamo accanto ai filari di vite. Li tocchiamo. Le zolle sono secche, dure. È estate piena. Mi diverto. E intanto aguzzo la vista. Scruto all’intorno. I passi dei buoi, lo scivolare della slitta di legno, le frasche e l’erba smossa: il rumore della vita inizia a diventare melodia. Sarà la luce. Saranno le ombre. Sarà la plasticità di quei corpi contadini. Ma è come muoversi in un ambiente infinito.
Il poeta direbbe che si allargano gli orizzonti dell’anima. Un affidamento totale alla fisicità che rivela contiguità insospettate con lo spirito, con la profondità dei sentimenti. Guardo il modo in cui la luce investe il torso nudo e il braccio di colui che mi ospita sul suo mezzo di lavoro. La voce con la quale dà ordini agli animali potenti. Che ci tirano verso il campo più lontano, quello coltivato, più verde, dove raccogliere la ver ... <continua ...>
Sala V (Il territorio)Sull'Adriatico si alza il sole
e sui monti in Appennino si spegne.
Quando si alza i galli cantano
quando si spegne tacciono muti.
L'uomo che lavora la terra
al primo soffio del vento
vive e parla.
Quando il tramonto si porta via il giorno
l'uomo dorme e sogna.
La città, con il suo vociare di tutto l'anno
e con le sue mura difensive,
dirige, dà ordini.
Ma qui ci sono uomini e donne
che lavorano i mestieri,
colgono i segni del presente
e giocano i riti del passato.
La città comanda
ma che si sappia, che tutti sappiano
la memoria smisurata della campagna
illuminata dal sole
che si alza sul mare
e si spegne in Appennino.
Lucilio Santoni
Deposito
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